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sabato 19 gennaio 2013

Mafia, Ingroia, Di Pietro, Grillo e la politica. Intervista a Sonia Alfano.



 Sonia Alfano è un punto di riferimento per me e per chi la segue politicamente da anni. E' una donna integra, chiara, semplice, veramente e sinceramente interessata ai problemi del cittadino: lo so perché è stata uno dei pochi politici che, senza fanfara, si è mossa in aiuto di persone con disponibilità e senza alcun interesse personale. Ciò fa di lei un unicum nello scenario del nostro Paese, per il coraggio di assumere posizioni scomode e di portare avanti le sue idee con fermezza ma con la capacità di mettersi in discussione sempre. Ammiro Sonia da anni, ho sperato che portasse il suo impegno (nella lotta alla mafia, in primis, e non solo in quanto figlia di una vittima) nella politica italiana e ancor di più in quella siciliana. L'intervista che segue è stata fatta per iscritto, quindi non ho ribattuto a ciò che Sonia sostiene, lo faccio ora: non credo, come lei, che davvero vi sia una lotta alla mafia strenua e forte in questo momento (ho imparato da tempo che se la mafia tace non è perché non esiste, ha solo trovato un accordo o lo sta proficuamente cercando); nutro più di un dubbio sulla presa di posizione politica di Ingroia, pur stimando il magistrato enormemente, e ciò mi rende più scettica sul futuro dell'Italia. Ma questi sono appunto pensieri miei, ciò che importa è sentire la voce di una grande donna (e siciliana) con l'immutata stima nei suoi confronti per ciò che è stata e ciò che sa essere.

1) Iniziamo dalla Sicilia: come vedi l'affermazione di Crocetta? E' davvero un segno di rinnovamento?



Sicuramente Rosario Crocetta ha una storia e un approccio alla politica diversi rispetto alla maggior parte dei politici che sono stati Presidenti della nostra Regione. Quindi un cambiamento nel sentire dei siciliani, senza dubbio, c’è stato.



2) La lotta alla mafia sembra essersi arrestata: la tua voce contro appare isolata. Perché non ti sei candidata alle regionali?



Non credo che la lotta alla mafia si sia arrestata. E’ troppo generica quest’affermazione. Di certo non tutte le Istituzioni hanno alzato la guardia a sufficienza. A fronte di una magistratura e di forze dell’ordine che ogni giorno hanno dovuto lottare anche contro l’inadeguatezza del legislatore, buona parte della politica sembra aver chiuso entrambi gli occhi: a volte per negligenza, altre volte perché ha scelto di fare affari con la mafia. Ad ogni tornata elettorale mi viene chiesto perché non mi candido. Non ritengo che la mafia debba essere combattuta esclusivamente dal Presidente della Regione. Posso combatterla dal Parlamento Europeo, dal Parlamento italiano. Tutti possiamo, in qualche modo.

3) C'è un movimento, guidato da De Magistris, l'"arancione" che ha fra i suoi simpatizzanti Ingroia. Che pensi del movimento e di Ingroia (anche in relazione alla sua polemica con Napolitano e alle sue dichiarazioni sul caso Rostagno)?



Penso tutto il bene possibile. Il Movimento Arancione è davvero una ventata di ossigeno in un mondo politico asfissiato da polemiche strumentali, lontano anni luce dalle proposte per il Paese. A questo Paese servono soluzioni, programmi, lo sguardo sul presente e verso il futuro. Ingroia è una persona di specchiata moralità, con un elevato senso del dovere. Quella con Napolitano non è una polemica: il Quirinale ha esercitato pressioni sulla Corte Costituzionale, creando un clima inappropriato in un momento delicatissimo in cui le Istituzioni, a cominciare dal Presidente della Repubblica, dovrebbero essere al fianco di chi cerca la verità. Purtroppo accade il contrario e i magistrati impegnati in prima linea nella lotta alle collusioni mafiose si ritrovano isolati e delegittimati. Esattamente come nel 1992, se non peggio.



4) Sei stata molto vicina all'IdV: credi che Di Pietro debba fare un passo indietro? C'è un futuro per l'IdV?



Non posso dire cosa dovrebbe fare Di Pietro. Quello che posso dire è che ho fatto di tutto affinché si evitasse il tracollo di IdV, che consideravo una potenziale risorsa per il Paese, ma sono stata presa per guerrafondaia. Da alcuni dirigenti del partito sono stata insultata, denigrata e infine allontanata. Sul futuro, avremo le risposte dalle prossime elezioni politiche.

5) Sei stata molto critica con Berlusconi, ora sembrerebbe ritornare a candidarsi: perché, secondo te? E c'è ancora un rischio per la democrazia?



Berlusconi si candida sempre e solo per un motivo: sfuggire alla giustizia e ai processi. Riguardo al rischio per la democrazia... sì, certo, ci sarebbe qualora ci fosse il rischio di una sua elezione. Confido nell’intelligenza e nell’amor proprio degli italiani: non credo che vogliano tornare a vivere l’incubo già vissuto per un ventennio. E’ tempo di cambiare e non si tratta di alternanza: certi personaggi, primo tra questi Berlusconi, devono sparire dalla scena politica. Questo Paese deve crescere e voltare pagina.



6) Sei stata vicina all'area grillina, poi in polemica. Ora che il M5S sembra destinato a un grande successo, puoi parlarmi della tua esperienza con Grillo? E' davvero una minaccia per la democrazia?

In realtà non ho polemizzato con il MoVimento 5 Stelle. E, personalmente, nemmeno con Beppe Grillo. Lui mi ha rivolto degli attacchi, alcuni evidenti altri meno, ingiustificati e ingiustificabili. Ho chiesto spiegazioni pubblicamente. Ho chiesto anche un confronto pubblico. Lui non ha mai risposto. Questa, per me, non è democrazia. Diverso è il rapporto che ho con molti eletti del M5S: spesso abbiamo collaborato per portare avanti battaglie e iniziative comuni. Non posso generalizzare positivamente, né negativamente. All’interno del M5S ci sono persone validissime, che possono fare davvero tanto per il Paese. Altre, molto probabilmente, saranno meno valide e meno utili al Paese. Credo sia così per tutti i partiti o movimenti.


7) C'è un malcontento generalizzato in tutta Italia contro la cosiddetta "casta". Esiste qualche politico che tu salveresti e qual è la formula tua personale per rinnovare l'Italia?



Hanno ragione gli italiani ad essere esasperati di fronte alla saccenza con cui certi politici approfittano della propria posizione e di fronte all’arroganza con cui si concedono diritti discutibili. Il privilegio di per sé è ingiustificabile. Bisogna solo saper scindere il diritto dal privilegio. E’ anche vero che a volte la rabbia spinge il cittadino a contestare anche ciò che non andrebbe contestato, a perdere la lucidità. Ma di certo, in questo Paese, si è esagerato. Rinnovare l’Italia richiede un impegno ben preciso: intanto bisogna rinnovare la classe dirigente, che non è soltanto quella politica. E bisogna farlo mettendo fine a favoritismi e clientelismi per fare spazio al merito! Da troppo tempo, in Italia, il merito non viene premiato. Anzi, viene irriso e sminuito.

8) Parliamo di femminicidio e violenza sulle donne: non hai l'impressione che lo Stato sia troppo lontano dalle vittime? Che proporresti di fare politicamente?



Sì. Il femminicidio è diventato ormai un’emergenza nazionale. I numeri parlano chiaro. Ma le donne tormentate e uccise non sono numeri. Sono esseri umani, le cui vite spezzate sono come coltellate nell’animo del Paese. Due sono le prime mosse da fare: intanto delle massicce campagne di comunicazione e informazione sul fenomeno della violenza domestica e del femminicidio, per sensibilizzare l’opinione pubblica e “educare” le nuove generazioni affinché sviluppino gli anticorpi necessari a respingere forme di violenza di ogni tipo. E, passo ancor più importante, introdurre un’aggravante per questo tipo di delitto. Se una donna viene uccisa in virtù del suo essere donna, il reato deve necessariamente essere considerato più grave. Vale anche per delitti commessi per omofobia. Bisogna combattere la discriminazione, di qualunque genere, con i fatti.

9) All'interno del Parlamento europeo non sarebbe possibile porre all'attenzione di tutti la tragedia che vivono le donne in Italia? Quali sono le altre iniziative che possiamo portare avanti?



Sì, certo che si può porre l’attenzione e personalmente l’ho fatto con diverse attività parlamentari. E tutti possiamo portare avanti delle iniziative, come ho già detto, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica. Ma l’emergenza deve essere affrontata immediatamente dalle Istituzioni nazionali. Dal legislatore, in primis.

10) Quando ti vedremo candidata per la politica italiana e accanto a quale schieramento?



Come ho già dichiarato, nonostante le tante proposte di candidatura, ho scelto di restare al Parlamento Europeo alla guida della Commissione Antimafia. Sono stata votata per l’intero mandato e intendo onorare l’impegno che ho preso, sono solita fare così. Solo la credibilità può riavvicinare la politica alla gente. Sarebbe stato per me facile candidarmi e rientrare in Italia ma quando si ricopre una carica istituzionale così importante si deve anteporre l’interesse collettivo a quello personale. Nel mio piccolo spero di rappresentare un esempio anche per la maniera in cui sto difendendo la credibilità della istituzione che presiedo.












martedì 1 gennaio 2013

La scrittura e l'indipendenza femminile-Intervista a Carmen Covito


Quando si parla di Carmen Covito inevitabilmente il pensiero va a "La bruttina stagionata", il best-seller che l'ha resa nota al grande pubblico. Giustamente, aggiungo. Perché il romanzo affrontava una tematica nuova da un punto di vista originale e  la scrittura di Carmen era ricca, precisa, pungente, ironica, capace di toccare ogni corda della sensibilità umana, come solo pochi grandi scrittori sanno fare. Carmen torna con "Le ragazze di Pompei", edito da Barbera, in un romanzo ambientato nell'antica Roma; ciò ovviamente ti conduce in un binario diverso, l'affresco storico che tanto ricorda il "Satyricon", ma è solo un'impressione superficiale. Carmen è la stessa, nel senso che, ancora una volta, è nuova e sorprendente; che, ancora una volta, ti guida nelle emozioni attraverso uno stile rigoroso ma divertito; che, ancora una volta, con levità e profondità insieme ti porta ad interrogarti sul ruolo della donna, riuscendo a rendere attualissimo un periodo storico così lontano eppure così vicino alle nostre radici. E lasciandoti con l'interrogativo, dilaniante in questi tempi, sul percorso sociale della donna, sul suo ruolo, sul suo presente e il suo futuro, su un cambiamento che un occhio lucido non può non avvertire che volga indietro. La scrittura di Carmen è questo, ma è anche molto di più e chi non l'avesse letta si è perso la possibilità di incontro con un grande autore contemporaneo.

1) "La bruttina stagionata" è stato un successo editoriale incredibile, nuovo per le caratteristiche della protagonista e le sue "avventure". Il messaggio che ne ho tratto è che la donna, al di là dell'età e dell'avvenenza, può essere tutto quello che vuole. E mi sembra tanto in questi tempi dominati dallo stereotipo dell'eterna giovinezza e beltà. E' questo che volevi trasmettere? 

Naturalmente, non volevo trasmettere messaggi: volevo raccontare una storia, e la storia era quella del disagio che prova una donna nel sentirsi giudicata solo – o prima di tutto - per il suo aspetto, quando ha molte altre qualità. Dato che io non sono tagliata per i drammi, ne ho fatto una commedia, ma una commedia aspra, dura come le sfide che ci tocca sostenere ogni giorno. Per una donna affermare la propria identità è quasi peggio che lavare i piatti: una faccenda ripetitiva, che la fai oggi e la devi rifare domani, una noia che non finisce mai, perché non esistono lavastoviglie mentali in cui ficcare tutta una società maschilista. 

2) Sempre in riferimento a "La bruttina stagionata" si legge un'istanza d'indipendenza molto forte. Credi che le donne, da allora, abbiano fatto dei passi avanti? Se no, a che cosa imputi questo stallo?

A volte mi riesce difficile credere che dall’uscita di quel libro siano passati vent’anni. Siamo ancora lì, anzi la situazione è peggiorata, oggi siamo al femminicidio come pratica non eccezionale, per non dire quasi normale. In Italia, non c’è il minimo dubbio sulla responsabilità di questa situazione: il berlusconismo ha affossato ogni principio di progresso, imponendo un’immagine arcaica della donna, tutta sesso e giovinezza, o tutta sesso e chirurgia estetica. Ha rigettato un’intera generazione di donne in una mentalità da schiave, obbligate a compiacere questo o quel padrone per strappargli un regalo, una carriera, una poltrona ministeriale o la pura sopravvivenza. Adesso bisogna ricominciare, raccogliere i cocci, ricostruire, ma che fatica... 

3) "Le ragazze di Pompei" è un romanzo molto particolare: lo ambienti nell'antica Roma, facendo quasi respirare l'atmosfera che vi regnava. E' un tuo omaggio alla storia? Hai voluto in qualche modo far avvicinare il lettore ad una conoscenza più approfondita delle nostre origini?
Per la verità, quelle non sono tanto le nostre origini ma proprio le mie... Io sono nata lì, sul sito dell’antica Stabia, dove c’erano delle gran belle ville romane che furono distrutte dalla stessa eruzione che seppellì Pompei e Ercolano, ed è praticamente da sempre che avevo voglia di scrivere un romanzo ambientato in quell’epoca, ma mi ero sempre scontrata con un problema di stile. Come lo racconti il passato? Con che lingua? Come fai a evitare l’effetto peplum e a non ritrovarti subito nella scena madre di Quo Vadis? Alla fine ho trovato la soluzione ricordandomi il piccolo shock culturale che avevo provato da piccola, vedendo per la prima volta in una vetrina di museo gli oggetti quotidiani trovati negli scavi, il cibo carbonizzato ma perfettamente riconoscibile: il pane, le olive, i cucchiai, le brocche...  cose leggermente diverse dalle nostre eppure uguali, familiari. La scommessa è stata quindi quella di ridare vita agli antichi romani facendoli parlare come noi, ma senza perdere questa impercettibile sfasatura data dalle differenze storiche, di mentalità, di pensiero, tra noi e loro. 


4) Le donne di "Le ragazze di Pompei" sono anche loro piuttosto indipendenti ma sembra che la vera differenza la faccia la cultura. Credi che sia così anche oggi? L'indipendenza è un fattore culturale o un'esigenza innata?

Facciamo una premessa: senza cultura non ci può essere indipendenza. E questo lo possiamo dire in molti modi, per esempio possiamo dire che senza informazione non c’è libertà, ma abbiamo detto la stessa cosa. Nel romanzo, immagino che la figlia di un libraio abbia il sogno di creare un’accademia per insegnare filosofia alle ragazze di Pompei, ma mi sono permessa di immaginarlo perché nella realtà storica di quell’epoca c’erano davvero donne colte, brillanti, e c’erano soprattutto donne economicamente indipendenti, bottegaie, artigiane, piccole o grandi imprenditrici. Non ci hanno raccontato direttamente le loro storie perché le convenzioni non lo permettevano, ma hanno lasciato molte tracce concrete di attività, e per raccontarle basta saperle leggere.  

5) In entrambi i tuoi libri, le figure maschili sono deboli e in secondo piano, schiacciate dalla forza di quelle femminili: è una tua precisa scelta? Gli uomini sono davvero più deboli e vigliacchi delle donne?

Suppongo che questa sia una domanda retorica. Posso appellarmi alla facoltà di non rispondere? :-)


6) Ho letto che hai ricevuto feroci critiche maschili dopo "La bruttina stagionata": che cosa avevi messo in crisi? Perché si sono tanto risentiti? E le donne, invece, come hanno reagito?

Non erano critiche: erano telefonate anonime, e anche piuttosto minacciose.Ho fatto togliere il mio numero dall’elenco, ma prima di capire perché mai quei maschi anonimi ce l’avessero con me ho dovuto pensarci parecchio. Evidentemente, li disturbava l’atteggiamento della protagonista del romanzo, che guarda e giudica gli uomini,  non si lascia trattare da oggetto ma si fa soggetto attivo, e arriva a usare il sesso come strumento di conoscenza. Inutile dire che le donne invece hanno reagito benissimo. Anzi, mi capitava di sentire delle lettrici giovani e bellissime che mi dicevano di essersi identificate con la protagonista, e io trasecolavo e dicevo, “Ma sei matta?”. Evidentemente, ero andata a toccare un punto sensibile di tutte le donne: non siamo mai sicure di noi stesse. A differenza degli uomini, che tendono ad essere sicuri di sé anche, e soprattutto, quando non ne hanno motivo.

7) Esiste, secondo te, un modo femminile di raccontare o è uno stereotipo discriminante? Tu che cosa leggi?

Non credo nella differenza di genere applicata alla letteratura, anzi non credo molto nemmeno nei generi letterari. Credo, semmai, che esista una maniera femminile di vedere le cose che può rivelare aspetti inediti della realtà, ma non diversamente da come può fare qualunque altro sguardo marginale, eccentrico rispetto a quella realtà. Spesso le donne hanno ancora l’occhio  dell’immigrato, dello straniero, dell’alieno. Un occhio rivelatore, l’occhio che vede quanto è nudo il re. Quanto a me, purché siano libri belli e interessanti, leggo di tutto e di tutti.

8) Ti occupi di cultura giapponese: c'è una differenza fra la donna italiana e quella giapponese come mentalità, modo di vivere, modo di essere considerata?

La società giapponese è indubbiamente maschilista, ma non molto più della nostra. E a differenza della nostra ha sempre riconosciuto alle donne un posto di rilievo nella produzione di opere letterarie: il Dante Alighieri giapponese è una donna, la dama di corte Murasaki Shikibu, autrice del romanzo “Genji Monogatari”. Adesso ne abbiamo finalmente una magnifica traduzione in italiano (ad opera di un’altra donna, la professoressa Maria Teresa Orsi: Murasaki Shikibu, “La storia di Genji”, Einaudi 2012)) e se volete capire la cultura giapponese vi raccomando di leggerlo! 


9) Parliamo di linguaggio: quali sono i modi di dire, gli errori grammaticali e ortografici che più ti fanno inorridire? Credi che, in generale, oggi si scriva e parli meglio o peggio che in passato?

Sto conducendo una battaglia personale contro il verbo “posizionare”, che mi fa letteralmente rabbrividire, ma temo che ormai sia una battaglia persa, perché l’ho visto infiltrarsi anche in austeri saggi accademici. Purtroppo, ha ancora ragione il vecchio Baldassar Castiglione: a decidere il destino di una lingua è l’uso. Le parole straniere, i neologismi, gli errori, transitano per i nostri discorsi come le merci attraversano i territori: alcune risulteranno utili e si fermeranno, altre scompariranno e nessuno le rimpiangerà. 

martedì 18 dicembre 2012

La scrittura e la politica- Intervista a Massimo Gramellini.


Massimo Gramellini era già noto al pubblico per la sua rubrica su "La Stampa", un seguito inusuale per un giornalista che è diventato per molti un punto di riferimento per riflettere su politica, attualità, società. Il salto, la grande popolarità, arriva, però, grazie a un libro, "Fai bei sogni", che diventa in brevissimo tempo un caso letterario per il successo che riscuote e per l'immagine dell'autore che filtra attraverso quel racconto autobiografico. Gramellini scrittore o lo si ama o lo si odia, il suo libro non è destinato ad essere messo da parte senza che lasci traccia di sé, perché l'autore ha deciso di offrirsi al lettore inerme e nudo, parlando del dramma che ha segnato tutta la sua vita, la perdita della madre. E' stato accusato di aver voluto speculare sul suo privato, di aver venduto la sua intimità, di essersi piegato alle leggi del mercato con un libretto semplice e di buoni sentimenti, a partire dalla copertina, di aver tradito il suo pubblico. Tutto questo io non l'ho visto: c'è un Gramellini autentico, in nulla differente dal giornalista che sa essere sì graffiante, ma anche tenero; che sa raccontarsi con semplicità esattamente come avviene su "La Stampa"; che sa essere feroce prima con sé stesso e poi con gli altri ma mai con cattiveria partigiana; che affronta temi intimi, importanti, vitali sfuggendo per un soffio la retorica. Alla fine del libro vorresti chiedergli di tutto, discutere ogni episodio narrato, lo senti vicino a te come un vecchio amico, ma, fortunatamente, ti fermi. Perché chi l'ha letto seriamente e in profondità ha visto anche il pudore di Gramellini, il pudore dei sentimenti, e puoi solo rispettarlo, evitando di continuare a fare di lui l'orfano perenne, cercando, invece, assieme a lui, di ritrovare quei tratti comuni che ci rendono tutti degni d'amore.


1) "Fai bei sogni" è un libro autobiografico che ha riscosso un grandissimo successo: è perché ognuno di noi è orfano di qualcuno o qualcosa?

Ognuno di noi ha patito un dolore che non riesce a spiegarsi. La mia storia suggerisce che la sofferenza può diventare una occasione per evolvere, scoprendo risorse di te che altrimenti sarebbero rimaste atrofizzate.

  2) Dice di aver rivisto il romanzo più volte, eppure la sensazione è di essere dinanzi ad un racconto scritto di getto: è perché la metabolizzazione non è ancora avvenuta, per pudore, per rabbia o perché l'ha voluto?

In realtà l’ho scalettato da aprile a luglio del 2011, l’ho scritto in tre settimane durante le ferie estive e l’ho riletto e corretto fino a Natale. L’ho composto di getto perché avevo bisogno di svuotarmi dentro. Come se avessi voluto sbobinarmi il cuore.

3) Seppure si parli di vita, il tema dominante è la morte, il vero, grande tabù della nostra società: è quella l'originaria paura da cui scappiamo? Credere in Dio è una soluzione o un comodo rifugio per vigliacchi?

Ho una visione spirituale dell’esistenza. E trovo assurdo che i laici abbiamo lasciato alle religioni monoteiste l’esclusiva della spiritualità. La mia intuizione mi dice che la vita ha un senso, la sofferenza ha un senso, la morte ha un senso. In sanscrito, la radice di tutte le lingue moderne, morte e madre si scrivono allo stesso modo: Mar. Per indicare ciò che esiste oltre la morte, il sanscrito mette una A davanti alla parola Mar. A-mar. Non le ricorda una nostra parola? A-more. Ecco, oltre la morte c’è l’amore. Chi ha paura della morte ha paura dell’amore.

4) Nonostante  dica che la sua vita fu priva di figure femminili, il libro ne è pieno: che cosa le hanno insegnato le donne? E l'assenza del principale punto di riferimento non le ha lasciato rabbia e assieme idealizzazione?


Per fortuna la vita mi ha ricompensato, restituendomi da adulto le energie femminili che mi aveva tolto da bambino. Però mi è rimasta la tendenza a
idealizzare le donne. Io sono convinto che le femmine siano più evolute dei maschi. Per questo mi dispiace che ogni tanto, per farsi accettare, adottino il modello dei maschi. La parità non è una donna che per avere successo si comporta come un uomo. La parità è portare dentro la società un modello diverso: quello femminile.

 5) Le cronache sono piene dell'orrore ormai quotidiano di donne ammazzate da uomini: secondo lei perché avviene? Quali rimedi propone a livello politico, sociale e individuale?

Avviene perché la cultura dominante continua a considerare la femmina una proprietà del maschio. Quando vado a parlare nelle scuole, mi rivolgo ai maschietti e dico loro: ricordatevi che la fidanzatina di cui vi siete innamorati non è una cosa da conquistare, ma una compagna con cui condividere un tratto del vostro cammino, finché entrambi lo vorrete. Ma se lei cambierà idea, dovete accettarlo e lasciarla andare. Dovete accettare la sconfitta. Se volete essere liberi dentro, dovete dare libertà a coloro che amate: anche la libertà di non amarvi o, peggio, di non amarvi più.

 

6) Qualcuno si è stupito che la penna spesso graffiante del giornalista de "La Stampa" abbia prodotto un libro così cedevole ai sentimenti. Vedo, invece, una continuità fra l'editorialista e lo scrittore: quali altri suoi tratti rimangono identici in ogni sua espressione di scrittura?

Mi sforzo di mantenere sempre la leggerezza. Solo gli stolti la confondono con la superficialità. La leggerezza, ce lo ha insegnato Calvino, è l’unico modo per scavare davvero…


7) Gramellini giornalista ha un grande senso dello Stato: l'Italia, gli italiani ce l'hanno? L'hanno mai avuto?

Gli italiani non hanno il senso dello Stato. Semmai è lo Stato che fa loro senso… A me è successo di venire sgridato da un hooligan in un parco di Londra perché avevo buttato una cartaccia fuori dal cestino. Un hooligan! Ma sentiva quel parco come casa sua. Per noi, invece, ciò che è di tutti non appartiene a nessuno.

8) Che cosa pensa di un anno di governo tecnico? E di Napolitano? Crede che ci abbia salvati da una deriva antidemocratica?

Il nesso fra crisi economica e derive autoritarie è scritto nella storia. Quando la politica perde prestigio e i cittadini non ne avvertono più l’utilità, il rischio della scorciatoia populista è altissimo. All’Italia manca un centrodestra occidentale. Berlusconi non assomiglia a Cavour, ma a Peron. Evita, naturalmente. Mi auguro che intorno a Monti possa finalmente nascere un centrodestra serio, europeo. Farebbe bene anche ai progressisti. Oggi il Pd è circondato da populismi. Ha bisogno di un avversario rispettoso e rispettabile. Un avversario che non sia un nemico.

9) Lei sta certamente dalla parte dei deboli, delle vittime: in questo momento storico gli italiani si sentono vittime di una classe politica truffaldina e che non li rappresenta. Avverte il rischio di un populismo che veda in singoli personaggi dei salvatori della Patria?



Ripeto: diffido dei populismi e delle scorciatoie. Ho smesso di credere ai cambiamenti sociali determinati dalla vittoria di questa o quella fazione, di questo o quel capetto. Chiunque va al potere ne viene prima o poi sedotto, deteriorato e divorato. Gli unici cambiamenti in cui credo ancora sono quelli interiori. Non voglio più eleggere salvatori della Patria, ma persone perbene che mi convincano con l’esempio, non con le parole.

10) Berlusconi torna a candidarsi: perché? Lo vede come una minaccia per la democrazia? Vede in lui il responsabile di un ventennio di sbandamento politico e morale?

Berlusconi è il prodotto del consumismo esasperato degli anni Ottanta e Novanta. Il suo messaggio è stato: più cose materiali possiedi, più sarai felice. Lui lo ha incarnato alla massima potenza. E infatti è invecchiato male, aggrappato alla chimera patetica della giovinezza infinita del corpo.



11) Parliamo di linguaggio scritto e parlato: quali sono i modi di dire e gli errori che proprio non sopporta nel giornalismo, nei libri, nella vita quotidiana?

Ho il terrore della frase sciatta. Per me la parola scritta non è una emozione ma un sentimento. Non un flusso continuo ed estemporaneo, come avviene sui social network, ma qualcosa di meditato, frutto di correzioni, tagli, riscritture. Soprattutto di tagli…


















domenica 9 dicembre 2012

Famosa per caso, scrittrice per scelta. Storia straordinaria di due donne straordinarie-Patrizia Cadau e Alessia Marcuzzi.


La storia di Patrizia Cadau è singolare esattamente come lei. Divenuta in poco più di un mese  il "fenomeno" di cui si sono occupati giornali di portata nazionale per aver sostenuto pubblicamente Alessia Marcuzzi, si è ritrovata al centro di un'inaspettata popolarità che le ha portato fan nella sua pagina personale (http://www.facebook.com/pages/Patrizia-Cadau/349126011851101?fref=ts), contatti fino al limite consentito da Facebook, interviste, proposte, regali. Ma Patrizia la conosco da tempo, ammiro la sua intelligenza acuta, la sua autoironia, la sua profondità, il suo essere donna in tutte le declinazioni possibili, il suo talento nella scrittura. Patrizia si lancia entusiasta in ogni impresa, rimanendo leggera, semplice, autentica ed è questo, a mio parere, che fa sì che chi l'ha scoperta per caso rimanga poi incollato al suo account, alla sua pagina  al suo blog. E ora anche al suo libro. Perché questa splendida quarantenne, madre di due figli, pedagogista, ligure-sarda o sarda-ligure, ha pubblicato il suo primo romanzo, "L'amore che ti sceglie", già vendutissimo on-line (ed è incredibile perché è un'autopubblicazione). Perché Patrizia è tutto quello che vuole essere.
In calce all'intervista, potrete leggere ciò che Alessia Marcuzzi pensa di lei.

1) Partiamo dall'inizio, Patrizia, nonostante te l'abbiano chiesto ormai a centinaia: come nasce la tua notorietà improvvisa su FB?

Ho scritto un post sulla condizione femminile, in relazione al fatto che troppo spesso quando ci si lascia e magari è la donna a prendere l'iniziativa, si scatena una lapidazione d'ingiuriosi epiteti, specialmente se la donna in questione è bella,autonoma, libera. Era un post senza riferimenti, Una semplice riflessione sulla mia bacheca, nata dopo avere visto gli insulti alla Marcuzzi sulla sua vita privata. Alessia Marcuzzi lo ha visto, e già incuriosita da un mio commento di solidarietà, lo ha condiviso. Dichiarandosi mia fan. E moltissime persone si sono riversate sulla mia pagina FB, hanno letto l'impossibile e mi hanno chiesto l'amicizia. In un paio di giorni qualche migliaia.

2) Vogliamo sfatare un mito che sta circolando? E cioè che non basta essere citati da un VIP per avere così tanti contatti e fan? Che cosa apprezzano in te i tuoi nuovi amici, perché continuano a seguirti?

Credo che l'onestà paghi. Parlo di onestà morale e intellettuale. Di autenticità: io sono così, scrivo penso e agisco nei contesti umani nello stesso modo. E il reale presuppone delle dinamiche umane non diverse da quelle cosiddette virtuali. Si creano affinità davanti all'uscita di scuola dei propri figli, o davanti ad un monitor, affinità che possono essere approfondite, per poi scoprire che non era proprio il caso, oppure non si creano affatto. Ma ciò che conta è che si viene a strutturare una relazione e le relazioni necessitano di fiducia, confidenza, genuinità. Altrimenti sono solo giochi di ruolo, nel senso inteso da Eric Berne.
 Io non scrivo per fare marchette, per compiacere, scrivo e parlo con assoluta libertà. Con argomentazioni e ragionevolezza credo. Scrivo le stesse battute che dico nel mio privato. Parlo del mio quotidiano, della mia fatica di donna, moglie madre, lavoratrice.
 E anche di una che nel tempo ha fatto il diavolo a quattro per scrivere qualcosa, perché lo scrittore in famiglia dà fastidio, ha ombre che lo seguono, annota cose su fazzoletti di carta, si assenta in un mondo suo, pretende silenzio, e nessuno ne vede mai un tornaconto. Quindi scatta la domanda "ma perché perdi tempo invece di giocare con me?" con conseguente senso di colpa insopportabile. 
Credo che tutto questo sia emerso e abbia convogliato su di me come prima cosa la curiosità, ma anche l'identificazione di tante donne come me, stanche di vedere la propria vita scorrere senza riuscire ad acchiappare il desiderio da realizzare, stanche di vedere la poca meritocrazia, i tanti modi in cui le donne normali sono pressate tutti i giorni,vittime di pretese assurde da parte di familiari, capuffici, datori di lavoro che non si rendono conto di quanto gravosi siano i pesi di una donna in quanto donna.

3) Hai finalmente pubblicato il tuo primo romanzo che io ho letto e che consiglio a tutti. Vogliamo dire in breve di che tratta?

E' la storia di una donna che scrive una lettera alla figlia appena nata. Una figlia inaspettata rifiutata dal padre, e che deve rimettere in discussione se stessa e il suo mondo per superare non solo i pregiudizi che l'accompagneranno ma anche diverse perdite. E' una donna che deve contestualmente affrontare diversi viaggi, quello dal luogo che le ha dato i natali verso quello delle sue radici (e questa è una componente autobiografica molto forte, il tema dell'identità e dell'appartenenza. Alla domanda "di dove sei?" non so mai cosa rispondere. Sono sarda in continente e ligure in Sardegna, il che girala come la vuoi ti dà sempre la sensazione di essere fuori luogo ovunque e di non stare mai a casa da nessuna parte, ma di essere liberi in ogni luogo).
 E' un libro a tinte forti, non nel senso erotico, ma perché è molto passionale, coraggioso. Almeno nella nostra cultura una donna come la protagonista di questa storia si porta addosso dei pregiudizi difficili da scardinare. E poi non mancano dei colpi di scena che non posso svelare, perché la lettera prende forma in più storie all'interno delle quali vengono svelati i percorsi e i nodi attorno a cui si muovono altre figure, e che determineranno delle scelte. Velatamente tocco anche il tema della separazione che ho approfondito nell'altro romanzo a cui ho lavorato. Ancora nel cassetto.

4) Parliamo della condizione della donna: a tuo modo di vedere è davvero ancora così problematica?

Si lo è. Finché continueremo a pensare che certe battute siano ironia e cameratismo da maschi, finché una donna si sentirà chiedere ad un colloquio di lavoro se intende avere figli, finché terremo il conto delle donne uccise, picchiate, denigrate dai propri compagni, in famiglia o altrove. Finché ad una premiazione letteraria sentiremo fare dal conduttore i complimenti al decolletè della vincitrice e non al suo libro, come se, in una dimensione contraria e parallela, una conduttrice dicesse ad un autore di un libro, appena nominato vincitore del premio x "complimenti, bel pacco", ecco, finché non ci saranno strutture adeguate per l'infanzia a tutela della maternità e dei bambini, finché un uomo sarà fico perché va ai Caraibi con una più giovane di lui, mentre una donna sarà una babbiona patetica e alla frutta in cerca di fermare l'orologio perché va ai Caraibi con un uomo più giovane, insomma finché tutto questo non sarà risolto, non basteranno girotondi e movimenti e "Se non ora quando". Simone de Beauvoir si sta rivoltando nella tomba e noi non abbiamo ancora capito nulla. 
E se ti guardi intorno, vedrai che non solo la condizione della donna è tragica: in maniera speculare lo è anche quella dei bambini. Le città sono malate di urbanesimo e impoverite di umanesimo, prive di spazi, luoghi e tempi per i piccoli, anzi i bambini sono percepiti come un fastidio, qualcosa da parcheggiare, alloggiati nel circuito delle nevrosi degli adulti, imbottiti di insoddisfazione e di programmi tv discutibili. L'unico diritto a cui pensano di potersi aggrappare le donne, l'unico che rivendicano con orgoglio e accanimento è quello dell'assegno di mantenimento. Se invece si accanissero su altre sfumature ( e non parlo di trilogia), forse non avrebbero neppure bisogno di quell'assegno, forti di un'autonomia contrattuale e non ricattatoria, matura e responsabile.

5) Il rapporto genitori-figli: che figlia sei stata? Che madre sei?

Sono stata una figlia ribelle e ingrata per i primi venticinque anni. Mio padre, un sottufficiale della guardia di Finanza ora in pensione, un uomo coriaceo, era per me un alieno. Non ci capivamo proprio e io mi ribellavo alla sua autorità. Un'autorità severa, impostata sul valore della disciplina, della responsabilità, del rispetto delle regole, del senso civico, della forza e della determinazione, del senso dello Stato. Mamma era il cuscinetto, diciamo la versione soft di papà. Adesso so che avevano ragione loro, e li guardo con estremo orgoglio e rispetto: alla fine però mi chiedo e continuo a chiedermi quanto di tutto questo mi sia servito. A guardarmi intorno, vedo gente sveglia, capace, che sopravvive con metodologie che a me sfuggono e di cui non saprei cosa fare, e come madre mi chiedo: ma è davvero giusto così? Non sarebbe meglio per i miei figli trasmettere come possibilità anche la scorciatoia? E' premura la mia, e anche paura. Semplicemente non voglio che soffrano. Ma alla fine credo di essere una madre che non può fare altro che trasmettere la sua cifra educativa, non posso essere qualcosa di diverso e i miei figli se ne accorgerebbero. E pure io non riuscirei a stare bene con me stessa.



6) Dici che è l'amore a sceglierti e non sempre lo fa per renderti felice: vogliamo spiegare un po' meglio questa tua affermazione?

Si, non siamo noi a scegliere l'amore. L'amore ti capita, ti aggredisce alle spalle, oppure ti scoppia dentro, arriva semplicemente anche in silenzio. Ma proprio perché è amore, se è amore, non può non portare con sé nella tua vita anche cose che non ti saresti aspettato. In amore devi scendere a compromessi, devi impegnarti ogni giorno perché la persona che ti sta a fianco stia bene, devi accettare situazioni difficili, percorsi ad ostacoli. Si acquisiscono delle responsabilità affettive ed emotive. A lungo andare, premettendo che in genere i bilanci non si fanno, uno tende ad analizzare la situazione e ci si accorge che no, certi amori sono costati troppo, sono stati amore, ma tormentati e quindi nell'insieme non ci hanno reso felici, non come avremmo voluto, non secondo le nostre aspettative. Eppure è amore. Ma non sempre regala la felicità idealizzata.

7) C'è differenza fra Patrizia mamma, scrittrice, moglie, personaggio amica? Quante donne sei?

Premetto. Io ho un talento puro per il cazzeggio: il che si ripercuote in tutti i miei ruoli. Anche quando scrivo la cosa più impegnativa del mondo, anche quando sono immersa in un lavoro che mi risulta difficile, non perdo mai dentro di me, questa costante che mi fa scantonare verso l'ironia e l'autoironia. Non mi riesce proprio di prendermi sul serio. Il che non vuole dire che io sia una persona superficiale, ma i diversi ruoli sono accomunati da questa attitudine. E dalla passione. Per il resto sono una sola donna coerente, che si muove diversamente in base al contesto in cui si trova. Quello che proprio non riesco ad essere è "un personaggio". In base alla vecchia "ma ci fa o c'è?" ci sono di mio.

8 ) Che cosa ti piace e che cosa non ti piace della popolarità raggiunta all'improvviso e come hanno reagito le persone che ti conoscono?

Parliamo di una micropopolarità: non oso pensare a chi si debba misurare quotidianamente con l'onda d'urto della folla. Devo anche chiarire che le persone che sono entrate in contatto con me, in qualche modo sono state filtrate. Voglio dire che, a parte il post di Alessia, le persone si sono avvicinate e prima di contattarmi hanno letto, sono entrati nella vita che lascio intravedere su web. Tra migliaia di persone posso contare due soggetti che mi hanno dato fastidio. Fino a poco tempo fa era online il mio telefono, avevo dimenticato di toglierlo, per dire. Ma nessuno si è permesso di usarlo. Per cui è una popolarità stimolante, piena di vita, che si è sintonizzata con me. A me queste persone piacciono da morire, mi fanno ridere, mi danno spunti, mi aiutano ad organizzare la pagina fan, e chi fa la grafica, e chi si occupa di comunicazione, e chi mi racconta della sua vita. E' una cosa bellissima. La vita la si racconta a qualcuno di cui fidarsi, o che pensi possa capirti anche solo leggendoti.
 Al momento non ho elementi negativi per dirti che cosa non mi piace, perché appunto è una popolarità circoscritta. E le persone che mi conoscono hanno reagito quasi tutte in modo strano: chi si sperticava in giuramenti d'amicizia eterna è sparito, chi non mi ha mai filata è comparso, in pochi mi hanno fatto gli auguri, molti hanno fatto finta che la cosa non gli interessasse, salvo poi chiedere a destra e a sinistra cosa stesse succedendo. L'entusiasmo vero e trainante è stato proprio di quelli che mi hanno conosciuta qui, e da un mese. Sono loro che mi hanno dato coraggio, quasi tutte donne, bellissime e piene di voglia di rivalsa, colte, coraggiose, capaci di gestire vite complesse e farci su pure una battuta.

9) Quali sono stati i giudizi più lusinghieri sulla tua opera e che cosa ti ha convinta a non mollare?

Ti racconto un aneddoto. Hai conosciuto Fulvio Fo ( fratello di Dario)?
Io manco sapevo che vivesse in Sardegna, e invece lui stava qui a due passi. Ebbe modo di ricevere il manoscritto originale di questo testo, e mi telefonò, così semplicemente. Si presentò e si scusò per avere osato disturbarmi (nel mentre io rischiai l'infarto), ma proprio non aveva potuto trattenersi. Aveva letto, secondo lui, una delle cose migliori degli ultimi anni, mi chiese di tutto, dove avessi imparato a scrivere così, mi disse che era semplicemente emozionato e mi ringraziava. Nacque un'amicizia, da cui imparai tantissimo. Una sera mi chiamò per dirmi che avrebbe presentato il suo nuovo libro a Cagliari al teatro Massimo, e si raccomandò moltissimo di fare di tutto per esserci perché ci teneva molto. Naturalmente andai, e lui mi venne incontro e mi abbracciò. Poi disse "Che onore, la grandissima scrittrice Patrizia Cadau", poi si girò verso la stampa attonita e confusa (ma chi diavolo è questa?) e disse, "non perdetela d'occhio, questa è una delle penne più belle in circolazione." Fu l'ultima volta che ci vedemmo: persi naturalmente un grande amico e una preziosa fonte di ricchezza per consigli, conoscenza, e così via. Ecco, ogni volta che ho pensato di rinunciare ho pensato al fatto che Fulvio credeva in me, e che in qualche modo dovevo ripagarlo, e farlo anche per me stessa.

10) Parliamo di linguaggio: usi vocaboli ricercati e curi molto la forma. Quali sono gli errori che non sopporti, quali i modi di dire che detesti?

Mi piace pensare alle cose che invece amo dire: le metafore, il turpiloquio contenuto in una forma forbita ed elegante. I modi che detesto sono tutti quelli che non rispettano la mia lingua, la pigrizia nel ricercare sinonimi, la dispersione di K come la semina in giugno. Quello che proprio mi irrita come un perizoma in cartavetrata è (a parte la consecutio temporum scompaginata), l'utilizzo dei verbi entrare e uscire in forma transitiva. Ho sentito cose tipo "scendimi il cane che lo piscio" che mi hanno quasi mandata al manicomio.

                                                    ALESSIA MARCUZZI




E, ora, prima di lasciare la parola ad Alessia Marcuzzi, devo necessariamente fare una premessa: non conoscevo Alessia se non come tutti voi, la consideravo un personaggio solare, una bellissima donna, forse anche simpatica, ma non la seguivo nel suo programma più famoso, "Grande fratello" (state alzando il sopracciglio, lo immagino). Ecco, Alessia Marcuzzi non è quella o, almeno, non è solo quella: è una donna unica, che, solo per un moto d'istintiva simpatia e gratitudine, ha permesso ad un'altra donna (che conosceva solo grazie ai suoi scritti) di avere grande popolarità. Siamo abituati a personaggi che sgomitano per un articolo su un giornale, si vendono e vendono la loro vita privata per una copertina, che mai darebbero spazio e visibilità ad un'altra. Scordate tutto questo: non è Alessia.E mettete, per favore, da parte ogni atteggiamento snobistico; va di moda parlare male del "Grande fratello"? Non l'ha ideato lei, lo conduce. Mi piacerebbe che gli autori trovassero un programma che sapesse mettere in luce le sue tante qualità, in modo da farla conoscere per quello che è. Forte, sensibile, generosa, bella, intelligente. Il suo gesto nei confronti di Patrizia ci dà la speranza in un futuro fatto di donne che si prendono per mano, che vanno avanti solo per i loro meriti, che si aiutano e sono solidali. E' una piccola storia questa, ma la morale mi pare importantissima: donne che si amano (mai) troppo. E io queste donne le amo. Grazie, Alessia.


1) Che cosa ti ha colpito in Patrizia donna e Patrizia scrittrice?

 Ho scoperto Patrizia fra le persone che mi scrivevano su facebook. Si era presa la briga di difendermi da una serie di insulti sulla gestione della mia vita sentimentale. In realta' la sua lettera era un modo per parlare a tutte le donne,in maniera molto intelligente e diretta...Ho aperto cosi' per la prima volta il suo profilo….ed ho scoperto un mondo. Ho condiviso la sua lettera,e piano piano e' scoppiato il caso Patrizia!!! Credo che le siano arrivate migliaia di richieste di amicizia e non sapeva bene come affrontare tutto questo afflusso di gente,che,  sì,e' arrivato tramite me, ma non e' certo andato via…anzi,e' aumentato sempre più'. Questo perché' lei' ha una dote incredibile:la grande comunicativita' e una grande intelligenza. Patrizia scrive romanzi,senza essere mai riuscita a pubblicarne uno (nonostante avesse ricevuto grandi consensi e apprezzamenti da tante case editrici), cosi' ha deciso di metterlo on line.Patrizia ha una gran testa,e' simpatica e cinica al punto giusto,ma soprattutto Patrizia e' una mamma e una moglie. Ecco " L'amore che ti sceglie",bellissimo....io ho pianto. 


 2) Avete entrambe dato testimonianza di solidarietà fra donne: è un primo passo per superare finalmente l'immagine di donne che si accapigliano fra di loro?

 Credo fortemente nella solidarietà femminile. Ho ed ho sempre avuto tante amiche, con loro e con le donne, in generale, mi trovo in totale sintonia e cerco di condividere tanti punti di vista della vita ,nonostante le differenze di cultura o ceto sociale. Noi donne abbiamo una marcia in più, forse perché abbiamo l'istinto materno che ci permette di conoscere meglio di chiunque altro il sacrificio e l'altruismo…. Non a caso ho scelto di aprire il mio fashion blog lapinella, proprio per avere un dialogo diretto col pubblico femminile che mi segue da tanti anni. 


 3) C'è un altro messaggio che mi pare stiate dando e che non sottovaluterei: è possibile andare avanti solo grazie al proprio merito?

 Certo che è possibile!  Forse ci vuole più tempo e tenacia ,ma quando poi raggiungi l'obbiettivo la soddisfazione è doppia ed impagabile…Credo lo stiamo dimostrando con i fatti più che a parole: se vogliamo noi donne possiamo davvero fare tutto, anche se con fatica. Siamo mamme, lavoratrici, compagne, amiche, sorelle: la strada è in salita ma il paesaggio che guarderemo, arrivate al traguardo, sarà incantevole. Proprio perché, tratto dopo tratto, l'avremo percorso 
grazie alle nostre sole forze.


lunedì 3 dicembre 2012

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla TV- Intervista a Mariano Sabatini.



Mariano Sabatini ha la TV ormai mescolata al sangue: è stato autore televisivo, è critico, lavora in radio, partecipa a trasmissioni televisive, è scrittore e poi...Provate a guardare su Wikipedia, c'è da perdersi di fronte alla sua esperienza. Oggi potete leggere le sue critiche televisive sul portale di Tiscali, sul blog "Televisionando" e seguire la sua rubrica di recensione di libri su Idearadio. Se il successo di una persona si misura dai suoi nemici, Mariano è ai primi posti: odiato e perfino querelato perché la sua penna non risparmia nessuno. "E' la tv, bellezza" è il suo ultimo libro, edito da Lupetti, un volume prezioso per barcamenarsi fra quanto ci viene offerto da tutte le reti, il meglio e il peggio, da cui il sottotitolo "Se la conosci la eviti". 


1) Leggendo il tuo libro, si ha la sensazione che la TV dei nostri giorni non ti piaccia, soprattutto rispetto a quella del passato. E' così?

La gran parte della tv, certo, non mi piace. Ma non sono apocalittico (il riferimento è alla celebre definizione di Eco n.d.r.). La tv di ieri, ossia degli anni Cinquanta o Sessanta o Settanta, era migliore perché lo erano le persone che la ideavano e realizzavano. Dagli anni Ottanta in qua, con l’avvento delle emittenti private, e poi con Berlusconi al governo da metà anni Novanta c’è stato un netto scadimento dell’idea di società e quindi dei costumi. La peggiore eredità del berlusconismo è la perdita di pudore. La televisione di oggi ha perso i freni inibitori, in nome della pubblicità e dell’Auditel si compie ogni efferatezza. Perciò il mio libro è raccomandato a quanti vogliono capire i mutamenti sociologici attraverso il piccolo schermo.

2)  Le critiche più feroci riguardano la TV del dolore: vedi un antecedente significativo nella tragedia di Alfredino Rampi e poi un ulteriore spartiacque con l'11 Settembre. Come dovrebbe, secondo te, la TV trattare fatti di attualità del genere e c'è una differenza fra Rai e tutte le altre reti?

Non c’è grande differenza. I salottini al sangue della Venier, al di là dei toni, non si differenziano da quelli della tanto Barbara D’Urso o di “Quarto grado”. Mentre troppo spesso “Chi l’ha visto?” si trasforma in “Chi l’ha ucciso?”. Quello che risulta insostenibile sono le soap costruite attorno ai fattacci di cronaca nera, con ex annunciatrici, giallisti, preti, attricette che dicono il loro “secondo me” sui delitti, vicende umane palpitanti che meriterebbero maggior rigore e rispetto. È il giornalismo improntato al “cosa prova”, emozionale e non basato sui fatti. Precede non solo le sentenze e le indagini ma anche le notizie. Per questo genere di cronaca basterebbero i tg, oppure le trasmissioni di Franca Leosini, scientifica nella scelta e nel racconto dei casi.

3) Ci sono alcuni personaggi che ricorrono nelle tue critiche, Maurizio Costanzo, ad esempio, come l'emblema di chi non sa e non vuole andare "in pensione". Anche la TV ha bisogno di una 'rottamazione' e che cosa pensi degli eterni lai di Pippo Baudo?

Non dovrebbe esserci rottamazione, nel senso che i personaggi dovrebbero poter lavorare finché incontrano l’apprezzamento del pubblico oppure, se fanno scelte alte e in controtendenza, possono occupare fasce di palinsesto meno ambite, magari su reti di minore visibilità. Dopo aver provato e riprovato nel pomeriggio di Raiuno, tanto per dire Costanzo ora si è spostato alla notte e su Rai Storia. Baudo si è proposto in prima serata su Raitre, forse a tarda sera avrebbe dato risultati migliori. I professionisti che, pur rappresentando pezzi di storia della tv, non mostrano di voler cedere il passo rasentano il patetismo. 

4) Ti occupi di approfondimento politico e non lesini elogi a Santoro, allo stesso tempo hai accolto favorevolmente lo spazio riservato a Ferrara: si può essere equidistanti nei giudizi nonostante le proprie idee politiche?

Si può essere leali, si deve esserlo. Santoro e Ferrara sono dichiaratamente faziosi e in questo senso  non ingannano il pubblico, chi li segue sa cosa aspettarsi da loro. L’obbiettività non esiste, perché anche raccontando i semplici fatti si compiono delle scelte in base a sensibilità, cultura, posizioni politiche… L’onestà giornalistica sta nel non apparire diversi da ciò che si è e da ciò che si offre al pubblico.

5) Hai toccato alcuni "intoccabili", Fiorello, ad esempio. Esistono davvero gli intoccabili per un critico televisivo e possiamo guidare chi ci legge a riconoscere chi siano attraverso una disamina delle critiche fatte da altri nomi illustri?

Per me non esistono intoccabili e l’ho dimostrato attirandomi le ironie di Fiorello su Twitter e di Aldo Grasso. Il valentissimo critico del Corriere della Sera, dopo la mia partecipazione a “Uno mattina in famiglia” dove sollevavo dei dubbi su “#ilpiùgrandespettacolodopoilweekend”, ha detto che lo showman  siciliano stava salvando Raiuno e che quella che avevamo espresso era tutta invidia. Mai sognato di fare l’intrattenitore o l’animatore di villaggi. Ecco, forse Fiorello è per Grasso un intoccabile.

6) Usi un linguaggio che non è affatto "popolare", con citazioni colte e vocaboli talora desueti: il tuo pubblico ti ha sempre seguito? Non temi di perdere lettori?

Non ci ho mai pensato. Pensa che mia moglie, insegnante di latino e greco, sostiene che scrivo in modo troppo giornalistico. Oltre a doverle spiegare che quando guardo la tv sto lavorando, devo anche difendermi dalla sua matita rossoblu. Comunque i lettori non si inseguono e nessuno mi ha mai scritto per avere delucidazioni su un termine o un passaggio oscuro. Le citazioni non sono per lo sfoggio delle letture fatte, semmai vogliono essere esplicative, segnalare ascendenze o familiarità drammaturgiche.

7) Lamenti l'assenza dalla TV di alcuni personaggi: Luttazzi, Rispoli e Sampò per citare i primi nomi. Chi altri manca? Sono tutti vittime di censura?

Sampò e Rispoli sono considerati vecchi, invece credo che potrebbero dare il loro apporto, se adeguatamente collocati. Su Luttazzi pesa ancora l’editto bulgaro. Alla tv di oggi manca solo Corrado Guzzanti, che appare di tanto in tanto su Sky con la sua satira alta, lontana dalla cronaca e dunque illuminante. E poi sono spariti, e mi chiedo perché, Oreste De Fornari e Gloria De Antoni, Carla Urban, Gianni Minà.

8 ) 8)Come hanno reagito i personaggi "feriti" dai tuoi fulmini: qualcuno si è vendicato? Si sono mai rivolti ai giornali per cui lavori per tappare la tua "boccaccia"?

È successo spesso. Simona Ercolani mi ha aggredito poco elegantemente per strada, Salvo Sottile mi ha querelato per un pezzo apparso sul portale di Tiscali. Non credo a chi dice che la critica deve essere costruttiva, è una sciocchezza. Altrimenti un critico farebbe il direttore di rete o l’autore o il life coach. Una recensione deve essere argomentata, bisogna spiegare il perché un programma non ci piace o perché viceversa lo apprezziamo. Tutto qui, senza infingimenti. In questo senso mi riconosco in una definizione che Barbara Alberti ha dato di me: “il più cattivo dei cattivi, perché troppo buono per dire bugie”. 

9) Auspichi dei programmi affidati a Travaglio e Sgarbi. Chi sono gli altri personaggi che, secondo te, sono sottovalutati e in cui intravedi un buon potenziale?

Se solo dimenticasse la politica, Sgarbi sarebbe un grande divulgatore di arte e letteratura. Travaglio è televisivamente maturo e potrebbe viaggiare in autonomia da Santoro. Darei un programma ad Antonio Caprarica. Mi piacciono molto Dario Vergassola, Geppi Cucciari, Teresa Mannino. Il problema sono le idee e gli autori perché i programmi tendono ad assomigliarsi un po’ tutti.



10) Chi invece toglieresti e subito dallo schermo? (Giusto per non farti altri nemici).

Non toglierei nessuno d’imperio. Mi piacerebbe che i telespettatori cominciassero a fare scelte consapevoli, senza assecondare il guardonismo da tamponamento. Vi sarà capitato in autostrada di dovervi stare in coda per via di un incidente e del sangue che tutti vogliono vedere. Stessa cosa accade in tv, davanti ad una rissa o a un programma di cronacaccia.

11) Se non dovessi guardare la TV per mestiere, quali programmi seguiresti? E quali vorresti invece che venissero trasmessi?

Quando non devo scrivere accedo la tv solo per quei programmi che mi incuriosiscono. Certamente i tg, i serial stranieri, i film, i documentari… Ma il problema non è tanto l’offerta, quanto la sua fruizione passiva. La tv è uno strumento neutro, l’uso che ne facciamo fa la differenza. 

12) Uno sguardo alla TV dei bambini: accusi spesso il MOIGE di intervenire in modo inopportuno. Quali programmi tu ritieni diseducativi e quali credi dovrebbero essere trasmessi?

Sarebbe giusto tornare ad una tv pensata dai ragazzi e non fatta dai ragazzi. Per fare un esempio, “Ti lascio una canzone” snatura l’ingenuità dei minori, costringendoli a misurarsi in prima serata, dunque dinanzi ad una platea vastissima, con testi scritti per interpreti adulti. Sono costretti a scimmiottare sentimenti, passioni, emozioni che non conoscono se non per sentito dire e con cui entrano in contatto anzitempo, per esigenze di spettacolo. 

13) Riguardo all'uso della figura femminile in TV non apprezzi programmi come "Bisturi", ma in generale la donna in TV ti sembra abbia un ruolo pari a quello maschile?

No, hanno un ruolo predominante, mi passi il paradosso. Le presentatrici delle prime serate hanno un potere pari, se non superiore, a quello di un direttore di tg e sono di più rispetto ai colleghi uomini. Spariti Baudo, Tortora, Bongiorno, Corrado, è la stagione di Marcuzzi, Perego, D’Urso, Panicucci, Clerici, Ventura.

-Figure quali le "veline" mortificano la femminilità? E qual è la differenza con le vallette mute di Mike Bongiorno?

Premesso che Ricci potrebbe scegliere di eliminarle e “Striscia la notizia” non perderebbe in appeal, non mi pare che nessuno le obblighi a quel ruolo. Ballano, conducono televendite su cui Bongiorno ha costruito la seconda parte della sua carriera, si mostrano nella loro avvenenza, prendono confidenza con il mezzo in un gruppo altamente professionale e in futuro potranno aspirare al ruolo di presentatrice. Sono passati tanti anni da quando esserci, seppure in un ruolo silente o quasi, era per la Maltagliati o la Ciuffini un modo per affermare il diritto di accesso alle telecamere. Oggi le donne possono, come giusto e ovvio, aspirare a qualsiasi ruolo ed ottenerlo. Basta che lo vogliano e facciano delle scelte coerenti. Mi piacerebbe che le donne cominciassero, tanto per dire, a criticare le donne di cui non condividono le aspirazioni o le svolte professionali, rompendo il tabù dell’inviolabilità che le porta a scagliarsi esclusivamente contro il maschio dominatore. Il panorama è cambiato, servono osservatrici nuove.

14) La TV è ancora vista, secondo te, come un mezzo da non guardare (o da fare di nascosto) dai cosiddetti intellettuali? Se sì, come giudichi questo atteggiamento?

Snobistico. Perché quando gli intellettuali, da Beniamino Placido ad Alessandro Baricco, si sono avvicinati al mezzo e si sono sporcati le mani sono nate cose pregevoli. “Pickwik” rimane l’esempio più recente di programma che tentava di diffondere il virus della lettura, parlando di classici e non facendo markette editoriali.

15) Parliamo del linguaggio televisivo: hai collaborato con Rispoli e il grande professore Beccaria. Non ti piace l'eloquio di Bonolis, i suoi neologismi, ma chi secondo te maltratta di più la Lingua italiana, quali sono i vocaboli che vorresti fossero aboliti?

Più che altro Bonolis parla come se un attimo prima di andare in onda compulsasse il vocabolario alla ricerca di termini desueti, non si avverte sedimentazione nel suo eloquio. Le parole si dovrebbero scegliere per denotare o connotare ciò che si intendere esprimere, non per stupire. Bonolis s’innamora di formulette finto colte, che nella reiterazione diventano stucchevoli, e le ripete fino alla nausea di chi lo ascolta: “vecchio conio”, “qualora lo vogliate”, etc. In generale in tv si parla male, con grande scialo di attimini, aiutini, quant’altro, a me colpisce… Ci avete fatto caso? I fiumi ora esondano, nessuno si azzarda a dire che straripano. Davanti a un delitto è sempre giallo. Le frasi fatte denunciano una grande pigrizia linguistica.

-Chi ti sembra che usi un linguaggio almeno più decoroso in TV?

Per fortuna ci sono i virtuosi della lingua: Corrado Augias, Michele Mirabella, Enrico Mentana, Giuliano Ferrara, anche Bruno Vespa.  

16) Lamenti una generale mancanza di idee e un ricorso continuo a format già esistenti. Mariano Sabatini che programma proporrebbe e a chi lo farebbe condurre?

Con Montale questo solo possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo… Non faccio l’autore, non più, né il direttore di rete. Ma voglio sbilanciarmi, diciamo allora che non realizzerei programmi culturali, metterei piuttosto cultura in tutti i generi televisivi. Cercherei di cooptare scrittori, artisti, intellettuali tipo Angelo Guglielmi nella realizzazione dei programmi. Chiederei a Virzì di inventare una fiction, a Benigni di pensare a un gioco sui libri, a Bergonzoni o ad Ascanio Celentini di scrivere un varietà. Farei più esperimenti, perché il male della televisione è la coazione a ripetersi a cui si condanna.